Fans Club Riconosciuto ufficialmente dalla ELVIS PRESLEY ENTERPRISES

Vegas Memories

THE FIRST TIME EVER I SAW YOUR FACE

Pensate quale tortura sia doversi aggirare per un’ora nel Las Vegas Hilton mentre Elvis canta e non poterlo vedere! La porta dello show-room e` davanti a te, a pochi metri, e dietro quella porta c’e` un sogno durato 15 anni… e tu non puoi entrare, devi aspettare ancora!
Attilio e le ragazze aspettano con rassegnata pazienza; io sembro un animale in gabbia, vado avanti e indietro nervosamente continuando a guardare l’orologio, senza pensare che cosi` facendo l’attesa sembra ancora piu` lunga.

Lo showroom ha una insonorizzazione perfetta. Nonostante all’interno il volume della musica sia alquanto elevato, all’esterno non esce il piu` piccolo rumore… bisogna proprio appoggiare l’orecchio contro la porta d’ingresso per sentire qualcosa…
Gia`! Questa e` un’idea – comincio a pensare – non potendo piu` resistere in quella snervante attesa, ed inizio ad avvicinarmi a quella maledetta porta.
Attilio cerca di dissuadermi: “Ma dai, aspetta, e` meglio gustarsi tutto dall’inizio alla fine dopo” – “Non resisto piu`, Attilio, voglio solo sentire che canzone sta cantando” e procedo sempre piu` deciso verso l’ingresso.
Appoggio l’orecchio contro l’imbottitura della porta e trattengo il respiro dall’emozione. Proprio in quel momento Elvis inizia una nuova canzone:

What now my love
Now that you’ve left me...

Corro verso Attilio urlando come un pazzo “Attilio! Attiliooo! Canta What Now My Love !!! Mi ha sentito! Ho indovinatoooo!”
Per capire la mia esultanza bisogna fare un passo indietro, all’uscita dell’album Elvis Country. Ascoltando la favolosa “Tomorrow Never Comes” avevo commentato con Attilio “Pensa che favola se Elvis facesse anche What Now My Love, ha lo stesso andamento di bolero in crescendo come questa. Sarebbe stupenda!”
Figuratevi quindi in quel momento cosa poteva aver significato per me ascoltare quei pochi secondi. A poco piu` di un anno di distanza, sembrava come se Elvis avesse sentito il mio suggerimento e mi avesse fatto quasi un regalo personale includendo questa canzone nel suo repertorio proprio nel periodo nel quale lo vedevo per la prima volta!

Finalmente arriva anche per noi l’ora di entrare nello showroom. Sono le 23 circa dell’8 agosto. Armati del biglietto da visita di Emilio ci inseriamo nella fila degli Invited Guests.
Emilio ci saluta e ci affida ad uno dei suoi valletti che ci porta spedito verso il palcoscenico. Quando ci invita a sedere quasi non riesco a crederci: il posto che ci e` stato riservato e` in uno dei tavoli disposti perpendicolarmente sotto il centro del palco. Ho una sola persona davanti a me e solo allungando un po` il collo posso vedere persino dietro le quinte del palcoscenico. Da questa posizione avro` Elvis praticamente a poco piu` di un metro di distanza! Sinceramente non credevo che Emilio ci avrebbe favorito fino a quel punto. Il sogno continua e va in crescendo.

A mezzanotte in punto si spengono le luci e sulle note di “Love Me Tender” si alza il sipario. Entrano in scena le Sweet Inspirations. Tutti le conosciamo bene come bravissime coriste di Elvis ma sono altrettanto brave come soliste. Il loro numero dura 15 minuti. Aprono con Right On, a cui seguono altre due canzoni del loro repertorio personale, If You Need My Love e Sweet Inspiration (il brano che anche Elvis canto` una sola volta nell’agosto del ’70).
Sul fondale del palcoscenico compare poi una gigantografia di Aretha Franklin (la copertina dell’album “Aretha’s Gold”) e le Sweet attaccano un lungo medley dei successi della Regina del Soul: Chain Of Fools / Respect / I Say A Little Prayer / A Natural Woman / The House That Jack Built.

E` poi la volta del comico Jackie Kahane, che per 25 minuti intrattiene il pubblico con battute sugli incalliti giocatori di Las Vegas e sui trasporti della Greyhound. Una comicita` molto all’acqua di rose che fa sbellicare dalle risate gli americani ma che a noi fa appena sorridere. Solo la parte dedicata al Greyhound diverte un po` piu` noi degli altri ed e` facilmente intuibile: probabilmente siamo gli unici in sala ad essere arrivati con quel mezzo; gli altri ridono per sentito dire, noi per esperienza vissuta!
Sapendo comunque che dopo Kahane sara` la volta di Elvis, quelli sono i 25 minuti piu` lunghi della mia vita.

Ore 0:40. Il comico (finalmente) si congeda accompagnato da uno stacco strumentale. Improvvisamente l’orchestra si interrompe e la sala piomba nel buio piu` assoluto. Le pareti della sala vibrano al suono delle prime note basse di “Also Sprach Zarathustra” alle quali fanno eco le urla del pubblico.
Al primo squillo di trombe l’immenso sipario si illumina interamente di blu…
Rullo di tamburi e secondo squillo di trombe – il sipario si illumina color rosso fuoco…
Rullo di tamburi e terzo squillo di trombe – il sipario si fa tutto dorato…
Col crescendo della musica le luci sembrano impazzire; il sipario cambia colore 5, 10, 15 volte in pochi secondi; bianco, verde, giallo; di nuovo rosso, blu, oro…
Quel gioco dei riflettori, la maestosita` della musica, le dimensioni del palco, tutto contribuisce ad aumentare la tensione e a rendere incandecente l’atmosfera. Hai la sensazione che stia per accadere qualcosa di straordinario, sembra che debba arrivare Dio in persona. Elvis non si e` ancora visto e il pubblico e` gia` caricato al massimo.
Gran rullo di batteria, le trombe attaccano la celeberrima Elvis fanfare e si apre il sipario.
Tutti sono gia` ai loro posti: sulla destra Le Sweet Inspirations, D.J. Sumner & The Stamps e Kathy Westmoreland che battono le mani al ritmo della musica, poi James Burton alla chitarra solista e John Wilkinson alla chitarra ritmica; al centro Ronnie Tutt scatenatissimo alla batteria, poi Charlie Hodge alla chitarra acustica e all’estrema sinistra Glenn Hardin al pianoforte. Alle loro spalle la grande orchestra diretta da Joe Guercio.
Questa scenografia e` gia` talmente spettacolare da provocare una grande ovazione da parte del pubblico, ma manca ancora il protagonista principale.

elvis-august-1972
Dal mio posto allungo il collo per vedere dietro le quinte. Sicuramente arrivera` da destra – penso – e quindi dovrei riuscire a vederlo persino qualche attimo prima che esca.
Ebbene, amici, io devo ancora capire adesso cosa e` successo quella sera, dove lui si sia nascosto o cos’altro. So solo che dietro le quinte non ho visto proprio niente, improvvisamente ho sentito la sala esplodere in un boato di urla e applausi e come in una apparizione soprannaturale me lo sono trovato davanti, al centro del palcoscenico, a poco piu` di un metro da me. E L V I S – in carne ed ossa!

Maometto era finalmente davanti alla sua Montagna. L’incontro ravvicinato del terzo tipo era avvenuto, l’extra-terrestre dunque esisteva, era li` davanti a me. E non e` per caso che uso un simile paragone.
Quando passi 15 anni a collezionare dischi, a trascorrere interi pomeriggi al cinema per vedere tre voltre di seguito lo stesso film, a comprare qualsiasi giornale italiano o straniero che abbia anche solo una foto formato tessera per ritagliarla e conservarla gelosamente, e colui che desta tanto interesse e` sempre almeno a 10,000 kilometri di distanza, hai quasi la sensazione che quella persona non esista. Per troppo tempo l’hai vista muoversi solo come una figura piatta su uno schermo, per troppo tempo hai visto la sua immagine solo stampata sulla carta, per troppo tempo hai sentito la sua voce solo dall’altoparlante di una fonovaligia. Sembra tutta un’invenzione pubblicitaria.
Se riuscite a capire questo stato d’animo, forse riuscite anche a immaginare l’intensita` dell’emozione che si puo` provare nel momento in cui tutto questo lungo sogno diventa realta`.

E la realta` e` che sono nello Showroom dell’Hilton Hotel di Las Vegas alle 0:45 del 9 agosto 1972 e sul palcoscenico e` arrivato Elvis Presley.
Percorre un paio di volte l’intera lunghezza del palco con piccoli inchini di ringraziamento. E` incredibile ma vero quel che si dice della sua timidezza. Sicuramente sa di avere tutto il pubblico dalla sua parte, eppure ha l’espressione di un debuttante che teme di essere fischiato da un momento all’altro. In pieno contrasto con questo atteggiamento, lo sguardo ha qualcosa di magnetico , il passo e` leggero ed elegante, l’aspetto fisico e` imponente. In poche parole, tutta la sua persona emana un carisma irresistibile che ti impedisce di guardare altrove. La sua sola presenza riempie la scena piu` di quanto le altre 40 e piu` persone dietro di lui riescano a fare tutte insieme.

La forma fisica e` perfetta (praticamente la stessa di “Aloha From Hawaii”); sembra che per lui il tempo si sia fermato. Ha 37 anni, ma visto da vicino – a parte i capelli piu` lunghi – ha ancora lo stesso viso fresco e liscio di “Love Me Tender”.

Sorprendentemente non indossa uno dei suoi famosi jumpsuit, ma un completo bianco giacca e pantaloni molto classico, camicia verde con fantasie e foulard bianco al collo, cintura all’indiana con borchie argento e fascia laterale a frange.
La giacca e` a collo alto e i pantaloni scampanati con apertura a ventaglio al fondo. La fodera interna e i copri-tasca della giacca e l’apertura al fondo dei pantaloni ripetono lo stesso colore e la fantasia della camicia.
Questo e` in linea di massima lo stile degli abiti che indossera` per tutta la stagione; il vestito bianco cambiava pero` ogni sera nelle rifiniture, sempre in tono con il colore e la fantasia della camicia.
Con il passare delle sere, capii che anche il vestito che indossava diventava oggetto di spettacolo e di attesa da parte del pubblico. Al suo ingresso in scena c’era una prima ovazione per l’artista e una seconda per l’abbigliamento.

Ma torniamo allo spettacolo vero e proprio. Dopo aver ringraziato ripetutamente il pubblico, Elvis prende la chitarra da Charlie Hodge, si porta al microfono e parte con See See Rider, ed e` la prima sorpresa. Ho fresco in mente l’inizio del Madison Square Garden con That’s All Right Mama , e infatti solo dal precedente tour di aprile ha introdotto Rider come numero di apertura. Il ritmo e` notevolmente piu` accelerato della versione di “On Stage” e imprime subito una forte dinamicita` allo show.

Alla fine del brano, Elvis si sfila fulmineamente la chitarra dal collo e la restituisce a Charlie Hodge. Il pubblico ancora applaude che gia` attacca Proud Mary, anche questa nel nuovo e piu` dinamico arrangiamento gia` ascoltato al Madison. L’acustica in sala e` a dir poco strepitosa e la voce di Elvis mi avvolge completamente. Quando attacca il crescendo finale “Rolling, rolling, rolling on the river” e` come sentire un leone ruggire. L’esecuzione e` resa ancora piu` incisiva dai poderosi movimenti di braccia di Elvis a ritmo con la batteria. In altre parole, primo numero dello show di grande spettacolo ed effetto visivo.

Solo dopo questo pezzo Elvis sembra sciogliersi un po`. Saluta il pubblico con “Benvenuti all’Hilton Hotel, signore e signori. Ci auguriamo che lo show di questa sera sia di vostro gradimento. Canteremo tutte le canzoni che vorrete sentire” e prosegue con Until It’s Time For You To Go. Durante la canzone Elvis comincia a passeggiare avanti e indietro lungo il palcoscenico, seguito da Charlie Hodge. Le ragazze in platea cominciano a sbracciarsi e a urlare per attirare la sua attenzione. Elvis si avvicina al bordo del palco, si china di tanto in tanto per stringere una mano tesa o per baciare una ragazza e regalarle il foulard che porta attorno al collo. Charlie Hodge provvede immediatamente a sostituirlo.
Nonostante cio`, il brano e` decisamente superiore alla versione studio uscita qualche mese prima. La voce e` piu` calda e pastosa e l’interpretazione molto piu` ricca di feeling.

Elvis parla poco fra una canzone e l’altra, giusto “Thank you, thank you very much” ed eccolo nella splendida You Don’t Have To Say You Love Me. Anche questa in versione live e` nettamente piu` energica ed incisiva di quella da studio.
Al termine della canzone Elvis si toglie la giaccia e si gira verso l’orchestra voltando le spalle al pubblico. Tutte le luci si spengono lasciando solo un riflettore sulle spalle di Elvis. Visto in questo modo e` un gran pezzo d’uomo; non grasso, ma massiccio; ti da un’impressione di grande prestanza e di gran vigore.
Si sentono le prime note di basso di You’ve Lost That Loving Feeling. Il brano e` gia` di per se` di grande atmosfera, ma Elvis lo rende ancora piu` carico di pathos e spettacolare. Come in That’s The Way It Is, tutta la prima strofa e` cantata di spalle, poi la voce va crescendo in potenza fino ad esplodere in un “Baby – Baby I know it” che fa letteralmente vibrare le pareti della sala e ti trasmette un fortissimo brivido nella schiena…
Elvis si volta di scatto buttando vigorosamente avanti la gamba destra quasi come a conficcarla nel palco, la scena nuovamente illuminata a giorno:

You’ve lost that loving feeling…oh oh that loving feeling...

In questa canzone Elvis sfrutta al massimo la spettacolarita` della musica abbinata alle mosse di karate. Ricordate questa esecuzione in That’s The Way ? Bene, per Las Vegas ’72 immaginate l’incisivita` di quei movimenti moltiplicati almeno dieci volte!…
Ogni colpo di batteria e` sottolineato da un movimento della testa, delle braccia o delle gambe, talmente sincronizzato, talmente preciso da sembrare che la musica esca dal suo corpo…

You’ve lost that loving feeling, now it’s gone,
braccio destro portato all’indietro,
Gone,
braccio sinistro portato in alto e poi nuovamente all’indietro…
Gone,
colpo di testa all’indietro…
woh-woh-woh…
gamba destra tesa all’indietro e sinistra portata avanti quasi in spaccata, poi si piega leggermente in avanti portando le braccia verso il basso come per meglio sottolineare la nota lunga e bassa del trombone che chiude il ritornello.
Stessa spettacolarita` coreografica per la seconda strofa ma con movimenti diversi rispetto ai precedenti, poi

Baby, Baby, I get down on my knees for you…
Elvis scende lentamente in verticale cantando tutto l’inciso centrale con le gambe semi-piegate, poi risale altrettanto lentamente ed e` nuovamente un continuo movimento di testa, braccia e gambe che marcano la cadenza quasi ossessiva della musica fino a

Listen to me talking to you…
fa roteare ripetutamente il braccio destro dal basso verso l’alto, poi divarica le gambe, flettendole leggermente, e tira indietro bruscamente le braccia portandosi le mani a pugni chiusi contro il petto
Bring back that loving feeling…

Il finale e` molto simile a That’s The Way, ma dopo tutto cio` che lo ha preceduto lascia assolutamente senza fiato!

… E noi che credevamo che Elvis si muovesse tanto solo nei rock! Credetemi, amici, le canzoni piu` spettacolari che ho visto erano tutte lente e se mi sono dilungato tanto solo su questa canzone e` perche` resta a mio giudizio uno dei momenti piu` belli di tutto lo show. D’altro canto, come lo spiegate che me lo possa ricordare ancora cosi` bene a oltre vent’anni di distanza?

Comunque non ci siamo ancora riavuti dallo shock di questa esecuzione che Elvis ci spara addosso un’altro dei pezzi forti del suo repertorio “live”, Polk Salad Annie. Stessa versione Madison, piu` veloce e senza introduzione recitata. Fra That’s The Way e On Tour, ormai i movimenti di Elvis in questo pezzo li conoscete tutti. La parte inedita di questa stagione, che nessun film ha purtroppo immortalato, sta nel gran finale: Elvis lo allunga o lo accorcia a seconda dell’umore della serata e, roteando le braccia come sapete, percorre il palcoscenico in avanti e indietro con passi quasi impercettibili ma di un’ampiezza tale da consentirgli di arrivare da una estremita` all’altra della scena in pochissimi secondi, con un effetto dinamico straordinario. Sembra che si sposti su un tappeto mobile!

Segue What Now My Love, la prima canzone della serata veramente nuova. Finalmente ho modo di gustarmela completa dopo quel fantastico anticipo di pochi secondi che avevo “rubato” origliando alla porta nel pomeriggio. Il finale, con quella voce sparata, e` travolgente… ma della voce di Elvis parlero` piu` avanti perche` merita un discorso a parte.

Altra grande sorpresa: una nuova canzone aggiunta al repertorio proprio in quella stagione e` Fever. Vale quanto appena detto per Loving Feeling. Altro brano lento e altra esecuzione di massima spettacolarita`. Nuovamente le luci in sala sono spente e un solo riflettore (chiamato in gergo occhio di bue ) e` puntato su Elvis, piu` specificatamente sulle gambe, che ad ogni colpo di batteria, si muovono in maniera incredibile provocando grandissime reazioni in sala, soprattutto da parte del pubblico femminile.

A questo punto inizia la carrellata dei grandi successi, quelli che Elvis e` obbligato a cantare ma che, a parte qualche eccezione, fa evidentemente con poca convinzione perche` non lo entusiasmano piu`. Love Me e Blue Suede Shoes sono perfette ma eseguite senza particolare inventiva. Durante Love Me Elvis fa un secondo giro per stringere mani e regalare foulards.
Segue Love Me Tender, per la quale Elvis si siede su uno sgabello e finge di addormentarsi e russare, per poi svegliarsi di soprassalto e dice “Oh, scusatemi, ma sapete, sono un po` stufo di cantare questa canzone”.

One Night e` una di quelle eccezioni di cui sopra. Elvis la canta ancora con una grinta che ha poco da invidiare alla versione originale. Dopo Little Sister & Get Back e` la volta di Heartbreak Hotel, anche questa in versione molto blues e interpretata con molto feeling.

You ain’t… You ain’t nothing… nothing but a… Stesso gioco col pubblico fatto al Madison. Elvis si china in avanti accennando le prime parole di Hound Dog. La gente capisce, urla e applaude in segno di approvazione e lui “Ma se non sapete ancora cosa faro`… E` roba di quindici anni fa, l’ho fatta all’Ed Sullivan Show… La prima volta che Ed Sullivan mi vide disse – Che figlio di puttana!…” Poi attacca il brano, prima in versione blues e poi in versione rock, durante la quale lancia al pubblico alcuni cagnolini di pezza che rappresentano appunto il cane da caccia.

Suspicious Minds e` un altro dei piatti forti della serata. Come Polk Salad Annie ha una serie di movenze ormai diventate classiche, ma anche questa ha il finale di volta in volta piu` lungo o piu` corto con mosse di karate sempre diverse. Quello che e` fantastico e` la straordinaria intesa di Elvis con Ronnie Tutt. Non si perdono di vista un solo istante e Elvis, con un semplice sguardo o un cenno del capo, comunica a Ronnie se deve continuare o se e` il momento di finire il pezzo.

E` il momento della presentazione dell’orchestra. Tutti i musicisti di Elvis sono straordinari, ma Ronnie Tutt e` senza dubbio il piu` spettacolare. Dietro quella batteria – che per le incredibili dimensioni io chiamavo astronave – vedi quelle bacchette volare nell’aria, l’uomo e la batteria diventano un tutt’uno. Dopo Elvis e` sempre Ronnie Tutt a prendere gli applausi piu` lunghi e piu` entusiastici.

Ultima grande sorpresa della serata, la seconda canzone completamente nuova preparata per questa stagione, My Way. Grande canzone, grande esecuzione di Elvis.
Devo pero` confessare che a quell’epoca quel brano era talmente identificato con Sinatra che rimasi perplesso sulla scelta di Elvis, mi sembrava che le parole non si addicessero a lui altrettanto bene come a Frankie. Insomma, al primo ascolto dissi “La fa molto bene, ma mi sembra una canzone fatta apposta per Sinatra e solo lui la debba cantare”. Questa affermazione mi costo` quasi una lite con le nostre compagne di viaggio Franca e Maria, per le quali tutto cio` che faceva Elvis era perfetto e indiscutibile, cosi` dovetti sentirmi dire cose del tipo “Ma allora cosa sei venuto a fare fin qui? Tu non sei un fan di Elvis! Dillo che ti piace di piu` Sinatra!”

Dopo un’ottima A Big Hunk O’ Love – una delle poche canzoni degli anni ’50 sempre fatta bene e con convinzione – Glen Hardin attacca Can’t Help Falling In Love. E` il culmine dello show ma anche la sua fine. Tutte le luci della sala si accendono, il pubblico si alza in piedi ad urlare ed applaudire. Io sono sudato, ho le mani che bruciano a furia di applaudire e sono completamente afono dopo aver urlato per 55 minuti.
La lunga emozione e la tensione mi fanno venire le lacrime agli occhi. Sono felice perche` finalmente l’ho visto, sono triste perche` e` gia` finito, ma sono felice al pensiero che domani sera potro` rivederlo; un incredibile miscuglio di emozioni fortissime si muovono dentro di me.
Forse in un angolo nascosto della mia mente si annidava un inconfessabile timore. E se dopo aver fatto tanto provassi una delusione? Finalmente anche questa paura era fugata per sempre. Non solo Elvis non mi aveva deluso, ma era stato cento, mille volte superiore alle mie piu` rosee aspettative.
E ancora una volta ripensavo a That’s The Way It Is e finalmente potevo fare mie un paio di affermazioni di quel film: Se non avete visto Elvis dal vivo, non avete ancora visto niente… Ho viaggiato per migliaia di chilometri, ho fatto ore di coda, ho speso un migliaio di dollari…ma aver visto Elvis vale piu` di ogni chilometro, ogni minuto, ogni centesimo speso.

Carlo Stevan, 1992