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Me and a guy named Elvis

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Articolo a cura di Valeria Giannotta.
Grazie a Carolina, Paola e a Ivan Pusterla per le foto.

My Lifelong Friendship With Elvis Presley – Jerry Schilling

Il 15 gennaio 2013, in occasione del meraviglioso evento, ELVIS 78th Birthday, organizzato dal fan club “One Night With Elvis”, molti di noi hanno avuto il piacere di conoscere uno dei “ragazzi di Elvis”, Jerry Schilling. Io, come del resto altri del nostro gruppo, mi sono fatta fare da Jerry l’autografo sul suo libro Me And A Guy Named Elvis (My Lifelong Friendship With Elvis Presley).

Alcuni giorni dopo io e Bruno ci siamo scambiati brevi considerazioni sul libro in questione e Bruno mi ha chiesto di fare un breve sunto per cercare di far capire agli altri chi è Jerry Schilling.
Ed eccolo qua…..meglio tardi che mai…..!
A dire il vero è più “quello che io penso di Jerry”.

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A mio parere Jerry è una persona adorabile, di una semplicità estrema e davvero molto disponibile. È stato e lo è ancora l’unico membro della Memphis Mafia che non ha mai approfittato delle situazioni, forse perché è stato l’unico della Memphis Mafia ad essere prima fan accanito e poi Personal Pubblic Relations Man di Elvis, in realtà di ruoli ne ha ricoperti molti, ma questo è stato quello definitivo.

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Era l’11 Luglio, un’afosissima domenica d’estate del 1954, Jerry era un ragazzino di 12 anni tutto pelle ed ossa, come lui stesso si definisce. Quella domenica era solo – suo padre se la dormiva ed il suo amico del cuore era in gita con la famiglia – quindi per ammazzare il tempo decide di andare a fare un giro nella calura del pomeriggio e si dirige verso Guthrie Park. Ad un certo punto si sente chiamare, era uno dei “grandi” della Humes, Red West, che lo invita a fare una partita a football perché alla squadra mancava un giocatore. Ovviamente tutto inorgoglito Jerry accetta…

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Tra tutte le cose che pensavo potesse chiedermi Red, mai avrei pensato che
mi avrebbe invitato a giocare a football. L’occasione di poter giocare
con Red West e i più vecchi? Ovviamente accettai!
Andammo nel campo da gioco, i ragazzi si disposero ognuno nella propria posizione,
Red diede la palla ad un altro ragazzo e gli chiese
“Qual è il gioco?”
Io guardai il ragazzo che Red aveva appena nominato nostro quarterback – lo guardai
per la prima volta proprio in quel momento – ed ebbi un sussulto.

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ERA LUI
Indossava pantaloni chiari da lavoro ed una T-shirt. Aveva chiazze di acne sul
viso e sul collo. Tendente al magro, non appariva certo meno rude di Red West,
ma aveva una sicurezza di sé che non avevo mai visto prima in nessun altro.
Aveva i capelli imbrillantinati e tirati incredibilmente su a coda d’anatra sul di dietro,
ce ne voleva del lavoro per fare una pettinatura del genere, ma era quella che avrei
avuto anch’io una volta liberatomi delle suore della Holy Names. C’era qualcosa
di diverso nel modo in cui quel tizio si comportava lì nel gruppo – noncurante,
ma non in modo insensato. A volte un po’ rilassato, ma anche sfacciato.
Sembrava come se si atteggiasse alla Brando, ma senza alcuno sforzo.

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DOVEVA ESSERE LUI
Un paio di sere prima avevo sentito alla radio una nuova canzone – il disco non era
ancora uscito – e mi ero stupito del fatto che il cantante fosse uno studente della
Humes School. La cosa mi aveva sbalordito…come poteva un ragazzo del mio circondario
avere una canzone alla radio? E che canzone!
Negli ultimi due giorni avevo continuato a chiedermi – quale ragazzo della zona Nord
di Memphis avrebbe potuto fare un disco del genere e metterlo alla radio?
Quel ragazzo di fronte a me avrebbe potuto.
“Ok, allora – qual è il tuo nome? Jerry?” mi chiese il quarterback.
“Sì” risposi.
“Sai prendere un pallone?”
“Sì”
“Sai fare una diagonale?”
“Certo”
Tenendo la mano tesa, palmo in su, abbozzò il gioco.
“Corri lungo la linea laterale per circa 10 yard – con calma, non a tutta velocità.
Red, tu vai nel mezzo e poi fai la finta. Jerry, quando vedi che Red fa il suo giro, tu dai gas
e fai la tua diagonale. Se superi chiunque ti stia coprendo, la palla viene con te”
“Sì signore”
L’espressione seria del quarterback cambiò un tantino. Mi guardò fisso. Aveva gli occhi
blu ghiaccio e quando guardava dritto verso di te, lo sentivi. Un mezzo sorriso di traverso
apparve sul suo viso.
“Signore? Ehi, Red, mi piace l’atteggiamento di questo ragazzo” disse il quarterback.
“È a posto” disse Red dandomi una manata sulla schiena da farmi quasi bloccare il respiro.
Red non ci aveva presentati. Non sentii pronunciare il suo nome da nessuno degli altri
ragazzi. Ma non c’era bisogno di sentirlo. Sapevo chi era.
Quello era il ragazzo della Humes High, si chiamava Elvis Presley.

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Ecco come si conobbero Elvis e Jerry.
Ho voluto trascrivere il brano del libro, per chi non lo ha letto, perché altrimenti non sarei mai riuscita a far provare anche a voi i brividi che ho provato io leggendo queste prime pagine del libro.
Quando ho parlato con Jerry ho tenuto a precisare che la parte che preferivo del suo libro erano i primi capitoli, dove lui parla appunto della sua infanzia e del suo incontro con Elvis.
Jerry ha lavorato diversi anni per Elvis ricevendo i più disparati incarichi, poi ad un certo punto decide di lasciare Elvis, ma non perché non andassero d’accordo o non fossero soddisfatti l’uno dell’altro….anzi….stavano benissimo assieme, semplicemente perché Jerry si rese conto che quello non era un lavoro vero e proprio e lui aveva bisogno di trovarsene uno per conto suo pur restando legatissimo a Elvis e accorrendo ad ogni sua chiamata. Ed infatti ogni volta che Elvis aveva bisogno di lui Jerry c’era sempre al suo fianco. Come quando lo chiamò per organizzargli l’incontro con il Presidente Nixon – e Jerry non lavorava per Elvis in quel periodo – Elvis rimase entusiasta del lavoro svolto da Jerry e gli chiese di diventare il suo Pubblic Reletions Man. Ovviamente Jerry rimase colpito dalla cosa, gli sarebbe piaciuto moltissimo accettare, perché gli piaceva moltissimo il genere di lavoro che Elvis gli stava offrendo, ma disse ad Elvis che aveva bisogno di pensarci su un attimo, anche perché comunque aveva un suo lavoro che non poteva mollare così quattro a zero. Per tutta risposta, il giorno dopo, si vide arrivare un’enorme scatola piena zeppa di biglietti da visita, neri con il suo nome scritto in rosso…..atteggiamento classico di Elvis….. quando voleva una cosa la otteneva sempre.

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Come potete immaginare il libro è pieno di storie avvincenti e interessanti, purtroppo non posso citarle tutte, perché vorrebbe dire tradurre tutto il libro; questa però ve la voglio accennare non è niente di che, ma delinea attraverso i numeri il carattere dei due amici.
Tutti voi avete sicuramente sentito parlare del lato esoterismo di Elvis.
Elvis ha vissuto sempre alla ricerca del “perché proprio io”, perché Dio aveva scelto proprio lui per fare quello che aveva fatto fino a quel momento e che avrebbe fatto fino alla morte, anzi per meglio dire fino a morirne.
Natale 1975, non è uno dei soliti Natale. A Graceland non c’è la solita atmosfera di raduni con familiari e amici. No, Elvis è solo e non è nello spirito natalizio solito….anzi….non ce l’ha per niente quell’anno lo spirito natalizio. Nessuna riunione con familiari ed amici. Come ben sapete Elvis amava molto quel periodo dell’anno, ma questa volta era diverso. Priscilla e Lisa Marie erano a Los Angeles, Myrna, era andata dai suoi a Newark (in quel periodo Jerry e Myrna Smith stavano assieme, sì proprio lei, la Myrna delle Sweet Inspirations).

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Quella vigilia di Natale, Elvis ed io eravamo da soli, stavamo seduti nella sua camera
da letto, mentre un misto di amici e ospiti ci aspettava di sotto nel soggiorno.
“Sai, quest’anno non ho per niente voglia di andare di sotto.”
“Allora non farlo E. Non devi se non vuoi.”
(Jerry e quasi tutti i ragazzi chiamavano Elvis semplicemente E….oppure Boss)
Era la prima volta che Elvis non andava giù a fare lo scambio di regali con i ragazzi.
Non era nello spirito natalizio e semplicemente non aveva voglia di partecipare ai
soliti party che si organizzavano in quel periodo dell’anno. Così ce ne stemmo lì
seduti a chiacchierare. Erano ormai le dieci di sera, mi disse
“Voglio prendere qualcosa per Grandma (la nonna), perché non chiami Harry Levitch
(il gioielliere) e vedi se può venire?”
Harry arrivò immediatamente. Elvis prese qualcosa per sua nonna, un anello per
Vernon e pagò Harry, che andò via altrettanto in fretta così come era venuto e noi due
restammo di nuovo soli.
Elvis si sedette sullo spigolo del letto e mi disse
“Voglio leggerti una cosa, Jerry”
E prese la sua copia del libro “Cheiro’s Book Of Number”.
Nell’ultimo paio d’anni era tornato ad interessarsi ad ogni forma di spiritualità.
Stava rileggendo “The Impersonal Life” e “Autobiography Of A Yogi”. Era sempre
in contatto con Daya Mata al Self-Realization Fellowship e aveva ricontattato,
con grande sgomento del Colonnello, Larry Geller, che negli ultimi tempi era spesso
in tour con noi. Poi c’era il suo preferito, “Book Of Number”, che aveva già letto un numero
svariato di volte, perché lui era fatto così, se un libro colpiva la sua immaginazione
lo leggeva e rileggeva all’infinito, ci scriveva su degli appunti e sottolineava i passaggi
per lui più significativi [Nda: proprio come faccio io ].
Aprì il libro dove c’era il segno e mi disse:
“Tu sei il numero sei, Jerry. Sai cosa significa?”
“No E.”
Cominciò a leggere
“Sono persone molto determinate nel portare avanti i loro progetti e sono, infatti,
considerati ostinati ed inflessibili, tranne quando si attaccano profondamente a
qualcuno, allora diventano devoti verso chi amano. Quando sono scossi dall’ira
non tollerano resistenza e combattono fino alla morte per qualunque persona o causa
abbraccino. Ma, le persone del Numero 6, hanno il potere di farsi più amici di
quasi ogni altra categoria e tendono al romantico e all’ideale in ogni tipo di affetto.”
“Sei tu questo, Jerry?”
“È azzeccato” risi.
“C’è ancora un’altra cosa. Dice che un Numero 6 deve sempre portare uno smeraldo
con sé, per buona fortuna.”
Chiuse il libro, lo poggiò sul letto, si frugò nella sua tasca e tirò fuori un anello
meravigliosamente particolareggiato con incastonato uno smeraldo intagliato.
Si sporse verso di me, mi prese la mano e vi fece scivolare l’anello.
“Voglio che tu abbia tanta fortuna, Jerry!”
Lo ringraziai, ma non era mai abbastanza. Persino quando era molto preoccupato per
sé stesso, lui ancora mi dava così tanto.
“Cosa mi dici del tuo numero, E.?”
Lui riprese il libro, lo aprì e cominciò a leggere.
“Il Numero 8 possiede qualità profonde e molto forti, una fortissima personalità;
generalmente ricopre un ruolo importante nella vita di palcoscenico, ma di solito con
una vena di fatalismo o come lo strumento del Destino per gli altri… i Numeri 8
appaiono spesso, freddi e riservati, anche se in realtà hanno un gran cuore, soprattutto
verso gli oppressi di ogni genere, ma nascondono i loro sentimenti e permettono alle
persone di pensare di loro solo quello che vogliono. Tutte le persone la cui vita è
chiaramente associabile al Numero 8, sentono di essere diversi da tutti i loro amici.
Nel profondo del loro cuore sono soli; vengono fraintesi e raramente ricevono ricompensa
per il bene che fanno mentre sono in vita. Dopo morti sono spesso celebrati, il loro lavoro
è elogiato e per molto tempo saranno offerti tributi in loro memoria.”
Posò il libro.
Restammo seduti in silenzio per un attimo. Poi lui accennò un sorriso e disse
“Buon Natale, Sei”
“Buon Natale, Otto”, risposi.

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La canzone di Elvis che Jerry più ama è You’ll Never Walk Alone.
Durante la veglia funebre per Elvis c’è un momento in cui Jerry si trova in soggiorno da solo con lui e gli torna alla mente un giorno di molti anni prima, in cui si trovava esattamente nello stesso identico punto del soggiorno ed Elvis era nella music room (la stanza oltre il soggiorno dove c’è sempre stato il pianoforte), era da solo e suonava il piano e cantava. La magnifica potenza di quella musica aveva trascinato Jerry di sopra, dalla sua stanza nel seminterrato. Sta per attraversare il soggiorno ed avvicinarsi al pianoforte, poi pensa che forse è meglio non intromettersi in un momento così “intimo” per Elvis, che era come perso mentre suonava e cantava, e lui non voleva interrompere quell’atmosfera, ma allo stesso tempo non riusciva ad andar via da lì. Mentre pensava cosa fare, Elvis alzò lo sguardo e lo vide, senza smettere di cantare, con il cenno di un sorriso ed alcuni leggeri cenni del capo, gli fece capire che era tutto ok e che poteva restare ad ascoltarlo. Poi tornò a concentrarsi sul movimento delle sue mani sulla tastiera, continuando a cantare quella stupenda canzone, che era una delle sue preferite You’ll Never Walk Alone appunto.
E questo episodio si ricollega alle ultime frasi del libro, prima dei ringraziamenti di rito

Elvis è stato mio amico ed ho ricevuto più da lui che da chiunque altro io abbia
conosciuto. Spero solo di avergli dato in cambio qualcosa di concreto.
Perderlo è stato il dolore più grande della mia vita e quelle parole che gli ho
sentito cantare quel giorno a Graceland, nella music room, si sono rivelate vere.
Con tutto quello che mi ha dato e con tutto l’amore, gli amici, i ricordi e la musica
che ho avuto nella mia vita – non camminerò mai da solo.

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Poi arrivano i ringraziamenti e per ultimo, ma non ultimo, Jerry ringrazia…
“E. grazie di tutto.”

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Una cosa che ho notato di Jerry e che me lo ha fatto apprezzare ancora di più è che non parla mai male di nessuno, non si mette mai in prima fila rispetto agli altri e che soprattutto, nei confronti di Elvis, è rimasto quel ragazzino dodicenne, tutto pelle e ossa, il cui grande idolo era, ed è ancora, e sarà per sempre, Elvis Presley.

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