Fans Club Riconosciuto ufficialmente dalla ELVIS PRESLEY ENTERPRISES

Diana Goodman – Miss Georgia 1975

La mia storia raccontata da Essential Elvis-UK
Traduzione di Valeria Giannotta

«Durante il periodo in cui ero Miss Georgia ho partecipato a diversi eventi ed ho lavorato duramente per riuscire a diventare una modella. Fui mandata a Memphis per tre giorni per fare la pubblicità dei prodotti della Coppertone Suntan. Il secondo giorno ero libera quindi chiamai un taxi per andare in un centro commerciale a fare shopping. Lungo la strada il tassista mi chiese se avevo mai visto la casa di Elvis Presley. Non solo non l’avevo mai vista, ma non sapevo nemmeno dove fosse.
“È proprio qui a sinistra” mi disse il tassista mentre passavamo per darle un’occhiata da vicino.
L’autista mi chiese se volevo fermarmi per guardarla con più attenzione e così facemmo. Si fermò davanti al cancello, vicino ad una piccola folla che sbirciava dentro, nella speranza di poter vedere il Re. Io mi guardai intorno per qualche istante e poi tornai al taxi per continuare il mio shopping. L’autista mi suggerì di fare un giretto a piedi, visto che il centro commerciale era a pochi passi da lì, magari avrei potuto dare ancora qualche occhiata oltre il muro di recinzione. Decisi di accettare il suo consiglio, era una bella giornata e fare una passeggiata non mi dispiaceva affatto. Tornai al muro e feci finta di essere interessata a guardare la casa, che pensai essere davvero bella. Ad un tratto sentii qualcuno chiamarmi dal piccolo cancello della casa, dal lato dell’entrata. Una voce maschile mi chiamò di nuovo
“Hey, signorina!”
Mi avvicinai e lui si presentò come Vester, era lo zio di Elvis. Mi chiese come mi chiamavo e che cosa mi avesse portato a Graceland.
Io risposi “Diana Goodman e un taxi!”.
Ovviamente lui voleva sapere che cosa ci facevo in città ed io gli spiegai che ero lì per rappresentare la Georgia e pubblicizzare un olio abbronzante. Ricordo perfettamente che indossavo una maglia rossa stile western annodata in vita ed una gonna Levi allacciata davanti dai colori sgargianti, avevo una fasciatura al polpaccio per una brutta bruciatura che mi ero fatta su una moto fuoristrada alcuni giorni prima. Ai piedi avevo delle Levi molto alte in denim. Non ero certo vestita per incontrare qualcuno di speciale, né mi aspettavo di farlo… Men che meno Elvis Presley!
Lo zio Vester mi invitò ad avvicinarmi al suo gabbiotto e mi chiese se volevo entrare. Gli domandai se Elvis fosse in casa e mi rispose che non c’era.
Mi chiedevo come mai fosse così gentile, soprattutto quando mi chiese se volevo visitare Graceland. Risuonò come un grande invito e dopo tutto io ero Miss Georgia ed era meglio che restare per strada a guardare come una qualsiasi turista. Forse avrei dovuto indossare la corona e la fascia! Comunque aprì appena il cancello e mi disse di passare velocemente per evitare che gli altri riuscissero ad intrufolarsi.
Mentre ero dentro apparve un golf cart con un paio di guardie del corpo, che mi chiesero se volevo montar su e fare un giro della casa. Salii su… E via!
Mi portarono su per il lungo viale e finalmente cominciai a rendermi conto della casa. Ero davvero nella proprietà di Elvis, nel suo viale d’accesso, che mi dirigevo verso l’ingresso della sua “mantion”. Improvvisamente mi sentivo sorpresa. Voglio dire, questa è la casa di Elvis Presley!
Le guardie del corpo mi portarono sul retro della casa e dalla porta di servizio giù nel den, ora conosciuto come jungle room. All’interno c’era una parete-cascata, molte piante ed un grande uccello in un’enorme gabbia.
Una bambina su un triciclo girava attorno alle mie gambe. Lisa Marie. Era di sicuro la prima miglior cosa da incontrare dopo Elvis e di sicuro era lei la padrona di casa.
Mi portarono in cucina dove le cuoche mi chiesero se volevo qualcosa da mangiare. E chi poteva mangiare? Ero lì, nella cucina di Elvis!
Mentre chiacchieravo attraverso mucchi di banane sul bancone, le cuoche mi dissero che avevano preparato a Elvis un hamburger ricoperto di cipolla e sugo di carne, fette di pomodoro, ocra (o gombo, è un vegetale) e mais. Mangiava proprio come mangia la mia famiglia. Avrebbe potuto mangiare caviale, ma preferiva gli hamburger.
Ricordo perfettamente la music room, dove c’era il grande piano. Questa stanza era bianca e nera con tutti quei suoi dischi d’oro e di platino incorniciati e appesi al muro. Era una stanza bellissima e “ispiratrice”. C’erano piccole TV dovunque.
Il soggiorno era molto formale e sembrava non ci fosse mai vissuto nessuno. C’era velluto ovunque, oro e rosso. I mobili erano del genere che terresti sempre ricoperti di plastica per non sporcarli.
Fui abbastanza fortunata da vedere la sua Cadillac rosa, la Lincoln due-porte convertibile ed altre meravigliose auto parcheggiate nel garage e lungo il viale d’accesso.

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Se ricordo bene l’auto che guidava per la maggiore in quel periodo era una Lincoln Mark I Blu Savoia.
Il tour terminò ai piedi dello scalone che conduceva di sopra alla zona privata. “Non abbiamo il permesso di andare di sopra mentre Elvis riposa” mi dissero le guardie del corpo.
Cosa? Zio Vester mi aveva detto che Elvis non era in casa ed ora mi si dice che è di sopra!? Cercai di comportarmi come se la cosa non fosse di grande importanza, ma dentro di me pensavo a come avrei potuto sgattaiolare di sopra per incontrarlo. Il mio lato giudizioso diceva che dovevo stare calma e così feci.
Mi sentivo morire. Continuavo a stare educatamente seduta sul sofà, giù nel den, e chiacchierare un po’ con le due guardie del corpo che mi avevano portato lì col golf cart. C’era gente che faceva il suo lavoro, entravano e uscivano chiedendo di Elvis. Era un po’ come essere alla Stazione Centrale più che in una casa. La cosa sembrava abbastanza normale per tutti, ed io mi chiedevo perché non stavano seduti pronti con una macchina fotografica e pronti a saltar su e chiedere un autografo o robe del genere.
Ero seduta da alcune ore quando finalmente qualcuno si offrì di riaccompagnarmi in albergo. Sembrava che Elvis sarebbe rimasto di sopra, così accettai la gentile offerta.
Salutai tutti lì in casa ed uscii per andare in macchina con una guardia del corpo che si chiamava Dave.
Durante il viaggio di ritorno in albergo lui mi chiese se volevo fermarmi da qualche parte a prendere un caffè, così facemmo. A dire il vero, non avevo nessuna voglia di un caffè, e se per caso Dave mi stava facendo la corte, non ero interessata. Andammo in un ristorante e ordinammo e Dave continuò dicendomi che Elvis voleva il mio numero di telefono, così avrebbe potuto chiamarmi più tardi. Non lo avevo mai visto parlare con Elvis e non gli avevo creduto nemmeno per un attimo. In ogni caso decisi di dargli il mio numero, in caso avesse detto la verità, giusto?
Finimmo i nostri drink e stavamo per andare quando Dave disse:
“Oh sì, Elvis vuol sapere se ti fa piacere andare al cinema stasera sul tardi”.
Io risposi con calma: “A che ora?”
Mi rispose che sarebbe passato a prendermi alle 23:00. Non sapevo ci fossero cinema aperti così tardi, ma Dave disse che Elvis avrebbe preso in affitto il teatro e che saremmo stati liberi di guardare film per tutta la notte.
“Beh, credo che accetterò” dissi, cercando ancora di agire con freddezza.
Arrivammo al mio albergo, Dave mi accompagnò dentro e mi disse che ci saremmo visti più tardi. All’improvviso ero nel panico. Che importa se Elvis mi aveva davvero invitato al cinema? Cosa avrei indossato? Avevo fatto la valigia per stare via solo tre giorni e adesso dovevo scegliere un abito da una valigia fatta senza alcuna cura, figurarsi se c’era un abito adatto ad incontrare Elvis.

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Avrei voluto urlare. Non avevo il tempo di lavarmi i capelli o fare altro. Non avevo nemmeno un asciugacapelli! Avevo solo un abito che non avevo ancora messo e che di certo non si adattava alla mia benda bianca!
Decisi per un prendisole con grossi pois rossi (tipo Minnie) e scarpe bianche col tacco alto. Non era certo un abito da andare al cinema, ma almeno era pulito e si faceva notare. Mi sentivo un po’ scema, ma il centro commerciale ormai era chiuso ed io avevo trascorso tutto il mio tempo dedicato allo shopping a Graceland, seduta sul sofà ad aspettare che lui apparisse.
Trascorsi le due ore successive chiedendomi cosa sarebbe successo con Dave, la guardia del corpo. Era davvero un ragazzo simpatico. Mi chiamò un paio di volte per essere sicuro che fossi ancora decisa ad andare e alle 23:00 chiamò per dirmi che era giù nella hall.
Salimmo nella limouine ed io mi guardai attorno… Di Elvis nemmeno l’ombra! Cominciavo a sentirmi un po’ irritata.
“Devo uscire con Elvis stasera o cosa?” chiesi.
Dave mi spiegò che saremmo tornati a Graceland per andare a prendere Elvis. A questo punto mi sentivo ancora più confusa. Voglio dire, Elvis aveva molto meno capelli di me, era stato nella sua stanza per circa nove ore e non era ancora pronto?
Tornammo finalmente a Graceland. Ci immettemmo nel viale e arrivammo davanti alla porta d’ingresso. Dave mi chiese di restare in macchina. Qualche minuto più tardi, la porta d’ingresso si aprì ed Elvis uscì sul portico come fosse stato un palcoscenico. Naturalmente tutto il mondo era il suo palcoscenico! Mi tolse letteralmente il respiro. Quando la porta si aprì, scese un paio di gradini e poi si fermò per dare a tutti quelli che erano lì fuori il tempo di assorbire la sua presenza. In mezzo a tutte le ragazzine impazzite rimasi lì a fissarlo in soggezione.
Indossava un completo blu savoia con inserti azzurro chiaro ai lati di ogni gamba dei pantaloni svasati in fondo. La giacca era fatta su misura ed aveva degli inserti sui fianchi. Aveva ampi revers ed era aperta tranne che per, credo, un bottone. Sotto la giacca indossava una camicia azzurra, aperta. Il collo della giacca e della camicia stavano su come a prendersi cura dei suoi capelli lunghi, capelli morbidi, nero corvino e perfettamente pettinati, eppure sembravano così palpabili. Indossava gli occhiali da sole con il suo marchio, una catena con il TCB ed aveva un sigaro spento che gli pencolava tra le labbra. era da fare una foto. Quest’uomo era eccezionale!
Elvis rimase lì ancora qualche secondo ad osservare me seduta e sudata nel caldo di quella macchina. Si diresse verso la portiera dell’auto, mi fece l’occhiolino e mi fissò negli occhi per quello che a me sembrò un giorno intero. Di secondo in secondo mi sentivo sciogliere su quei caldi sedili di pelle. Qualsiasi parola sarebbe inadeguata per descrivere l’effetto che quest’uomo ebbe su di me. Penso che lo lusingherebbe sapere che vederlo semplicemente lasciava le donne senza parole (ndt: sono certa che lui lo sapeva benissimo). Ricordate, non mi aveva ancora rivolto la parola, fino a quel momento. Ero felice, non sapevo quanto avrei potuto rimbecillirmi se solo avessi sentito la sua voce e visto il suo viso allo steso momento. Con Elvis bisogna sperimentare una cosa alla volta. Aveva quel leggero ghigno a un lato delle labbra e quegli occhi…! Sopracciglia nere e ciglia con occhi fantastici. Dietro gli occhiali non posso dire esattamente di che colore fossero i suoi occhi, ma riuscivo a vederli che mi fissavano.
Finalmente disse: “Hey, come va?”.
Non riuscivo a rispondere. Disse “Sono felice che sia venuta”.
Mi aveva davvero invitato!
Lo osservavo mentre camminava pavoneggiandosi lungo la fiancata dell’auto dal lato del viale e poi fermarsi. Un’altra auto identica a quella dove ero seduta io arrivò su e lui salì su quella! Avevo una confusione pazzesca in testa. Chi avrebbe guidato la mia macchina? Con chi sarei stata? Perché ero lì? Altri salirono in macchina con Elvis e poi Dave entrò nella macchina dove ero io. Arrivò un’altra macchina e poi un’altra fino a che tutte le macchine iniziarono a muoversi dirigendosi verso il cancello, che si aprì lentamente per farci uscire tutti uno dopo l’altro. Ogni autista faceva la massima attenzione, in fila come fossero alla partenza di una gara o robe del genere. Ero così contrariata che Elvis stesse guidando la macchina su cui era salito. Ma lui si affiancò all’auto su cui ero io, mi sorrise e ammiccò. Io sorrisi e lo salutai. Mentre eravamo fermi ad un semaforo Elvis mi fissò, sorrise e mi salutò di nuovo. Era evidente che il gioco del gatto e del topo gli piaceva molto più che a me. Io volevo sapere, avevo un appuntamento con Elvis o avevo un appuntamento con Dave? I tacchi che indossavo erano troppo scomodi per perder tempo con Dave.
Viaggiammo fianco a fianco per tutta la strada fino al Memphian Theatre. Elvis teneva le luci accese all’interno della sua auto, credo per essere sicuro che io potessi vederlo mentre mi faceva l’occhiolino. Parcheggiammo sul retro del cinema, poi ognuno uscì dalla macchina e si diresse verso la porta sul retro. Prima che uscissi Dave mi fece un predicozzo. Non mi era permesso toccare Elvis o fermarlo, né potevo fare alcun movimento brusco verso di lui. Non potevo usare la macchina fotografica e non dovevo cercare di baciarlo. Oh, e dovevo tenere le mani su di me. Mi aspettavo che tirasse fuori la Bibbia, mi facesse alzare la mano destra e mi facesse giurare, ma avevo già promesso che avrei fatto quello che mi aveva detto. Altrimenti, sarei stata mandata fuori dal teatro.
Finalmente entrammo ed il gruppo, circa dieci persone, fu condotto al proprio posto. Dave mi condusse ad una sedia centrale nella riga centrale. Alla fine entrò anche Elvis e si sedette davanti a me, una sedia alla mia sinistra. Beh, almeno ero a giusta distanza per parlare con lui, suppongo. Mi fu chiesto se volevo dolciumi, popcorn o un drink. Non volevo nulla, solo sapere con chi ero uscita!
Il film, qualcosa con Peter Sellers, iniziò. Elvis riusciva sempre ad avere i film prima che uscissero ufficialmente. Guardammo “Anno 2000: La Corsa della Morte”, “Il Ritorno della Pantera Rosa” e non ricordo l’ultimo. Era abbastanza divertente, ridevano tutti.
Non so proprio cosa sia successo mentre stavo lì seduta a fissare la nuca di Elvis! Alla fine del film Elvis si voltò, mi guardò e mi chiese se mi era piaciuto. Il suo modo di parlare era così sommesso. Io feci giusto un cenno di assenso con la testa, con la bocca aperta come la porta di un’asciugatrice.
Decisamente di classe Diana!
Dovevo assolutamente venir fuori da questa stupidità e comportarmi da persona normale.
Elvis allungò la mano verso di me al di sopra dello schienale della sua sedia, gli diedi la mia mano e lui me la strinse con dolcezza, come a dire “So che sei qui”. Ero felice di potergli stringere la mano e la cosa in qualche modo mi rilassava. La sua mano aveva i calli sul palmo e sulla punta delle dita (credo perché suonava la chitarra), ma la pelle sul dorso era così morbida. Stranamente, ricordo che l’unghia del dito medio della sua mano destra era nera. Mi disse che durante uno degli ultimi concerti qualcuno glielo aveva stretta talmente forte da pestargli l’unghia.
Notai anche che sul dorso della mano aveva piccolissimi segni simili a cicatrici. Il suo tocco era dolcissimo.
Dopo il film Dave mi riaccompagnò in albergo e mi disse che Elvis voleva i miei riferimenti per contattarmi.

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