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COLLEZIONARE ELVIS – Una prospettiva realistica

Negli ultimi tempi continuo a ricevere sempre con piu` frequenza, messaggi che arrivano da parenti, amici, amici di amici e perfetti sconosciuti .Mi scrivono dopo aver aperto scatoloni dimenticati, da cui riemergono vinili, fotografie, piccoli oggetti dedicati a Elvis Presley — come se il passato, all’improvviso, avesse deciso di respirare di nuovo. Sono collezioni nate nell’arco di una vita, costruite con la dedizione paziente di chi ha seguito ogni eco del Re, custodendo ogni uscita come un segreto prezioso.
Eppure, sotto queste richieste si cela quasi sempre la stessa verità: i collezionisti stanno invecchiando, e molti di loro hanno già consegnato il proprio silenzio al tempo. I loro eredi rimangono così sospesi in un luogo che non riconoscono, circondati da oggetti che non parlano più la loro lingua, ma quella di un affetto ereditato. Si trovano davanti a un tesoro che non sanno decifrare, e così affiora, quasi sussurrata, la domanda che più spesso mi raggiunge: «Ma quanto vale tutto questo?»
E la risposta, a volte lieve e a volte dolorosa, è che il valore reale raramente coincide con il sogno di chi quei pezzi li aveva raccolti come frammenti di una devozione. Ed è proprio lì, in quel fragile confine dove si incontrano memoria, amore e mercato, che nascono le conversazioni più vere: dialoghi che attraversano la nostalgia, che illuminano la vita di chi non c’è più, che trasformano una semplice valutazione in un gesto di ascolto. Perché, in fondo, ogni oggetto è un piccolo custode di ciò che abbiamo amato. E talvolta, è questo il suo valore più grande.

Purtroppo, c’è un altro fenomeno, più sottile ma altrettanto determinante, che rende la valutazione di queste storiche collezioni ancora più complessa. Molti collezionisti, nel corso degli anni, hanno custodito non solo i loro oggetti, ma anche narrazioni imprecise sul loro valore — racconti nati da informazioni sbagliate, da entusiasmi genuini, o forse dal semplice desiderio di vedere nelle proprie raccolte qualcosa di unico, di irripetibile. Altri, con innocente passione, hanno esagerato la rarità dei loro “pezzi” quando ne parlavano ai propri cari, trasformando un disco comune in un reperto mitico, una ristampa in un quasi-tesoro.
È un fenomeno sorprendentemente frequente: piccole distorsioni che, nel tempo, diventano verità affettive. E così, quando quegli oggetti passano di mano, gli eredi ereditano anche queste storie amplificate, e con esse un’aspettativa che spesso non trova riscontro nella realtà del mercato. È come se tra il vinile e il suo valore si fosse depositato un velo sottile di amore, memoria e immaginazione — un velo che io stesso, a volte, mi ritrovo a dover sollevare con delicatezza, per non spezzare l’incanto insieme alla verità.
Ad esempio, mi sorprende sempre leggere online le valutazioni di certi collezionisti “di fama” —fama che, a quanto pare, è rimasta congelata insieme ai prezzi degli anni d’oro. Sono gli stessi che tra il 1977 e il 1983 hanno speso fortune astronomiche, quando il mercato di Elvis toccava il suo massimo storico, e ancora oggi sono convinti che i loro pezzi si siano rivalutati in modo costante e inarrestabile… praticamente come se avessero investito in Buoni Ordinari del Tesoro, solo più rock’n’roll.
Per chiarire il fenomeno, basterebbe ricordare un episodio recente: un giovane collezionista, con la timidezza di chi si affaccia per la prima volta a un mondo fatto di dettagli e sfumature, domandò quale fosse il prezzo appropriato per una certa edizione.
Il “collezionista di fama” — uno di quelli che dispensano valutazioni con la solennità di un antico numismatico — dichiarò 40 dollari, con la sicurezza inossidabile di chi non sente il bisogno di verificare nulla. Peccato che quello stesso disco si possa reperire, senza alcuna fatica, a un quarto di tale cifra.
Ed è proprio così che alcuni appassionati, troppo innamorati dei fasti del passato, finiscono per nuocere più che illuminare: continuano a immaginare le proprie raccolte adornate di valori quadruplicati o quintuplicati, come reliquie di un’età dell’oro che esiste ormai solo nella loro memoria; e, nel farlo, riversano su chi muove i primi passi informazioni distorte, piccole mitologie personali che si spacciano per verità.

Tengo a precisare che Le osservazioni qui esposte devono essere considerate in un’ottica meramente descrittiva e non esaustiva. Il mercato collezionistico, infatti, è caratterizzato da una notevole eterogeneità e da oscillazioni influenzate da molteplici variabili, tra cui rarità degli oggetti, stato di conservazione, autenticità, provenienza e sopratutto fluttuazioni della domanda nel tempo. Di conseguenza, sebbene alcune tendenze recenti possano suggerire una diminuzione del valore di specifiche categorie di articoli, tali dati non devono essere interpretati come universalmente applicabili.

Adesso esploreremo il mondo variegato dei pezzi da collezione — vinili, bootlegs, autografi e molto altro — per raccontare come questi oggetti abbiano attraversato il tempo e il mercato, mantenendo (o trasformando) il loro valore.

Subito dopo la morte di Elvis, tutti noi fans (me compreso) ci lanciammo in una corsa frenetica per recuperare singoli e album che ci erano sfuggiti tra il ’56 e l’agosto del ’77. Quelle pubblicazioni finirono per essere definite “discografia base” e costituiscono tuttora il fondamento di molte collezioni. Ogni nazione presentava alcune varianti nelle proprie edizioni, ma inizieremo analizzando prima di tutto la discografia base statunitense.
ll primissimo album, “Elvis Presley” (il celebre LPM 1254), insieme agli altri dischi pubblicati nel periodo pre-militare, è tra i più ricercati dai collezionisti e mantiene tuttora un buon valore. Una buona copia riesce a raggiungere anche $100, ma I prezzi delle colonne sonore e albums degli anni `70 e` letteralmente crollato.
Principalmente, i prezzi hanno smesso di crescere: dopo aver raggiunto il loro picco a metà degli anni ’90, si sono sostanzialmente stagnati, e in termini reali questi album hanno ,quindi, perso valore.

Ci sono le eccezioni, naturalente; version di album piu rare come ad esempio, la versione mono di “Speedway” (LPM 3989) che mantiene sempre un alta valutazione, ma ha anch`esso perso almeno 20% rispetto ai prezzi della meta` degli anni `90. Prime edizioni con foto promozionali incluse ed album ancora nel cellophane, hanno anch`essi tenuto un buon valore, senza pero` diventari pezzi da investimento.

La discografia che ha subito il crollo di valore più significativo è senza dubbio quella giapponese. Quando Elvis era in vita, e negli anni immediatamente successivi alla sua morte, i singoli, gli EP e gli album pubblicati in Giappone raggiunsero quotazioni altissime. Questo avveniva soprattutto grazie alla qualità del suono, spesso superiore alle edizioni americane, alle copertine apribili con grafiche alternative e ai poster inclusi.
Questi pezzi pregiati venivano venduti a prezzi premium, ma con l’arrivo di eBay il mercato è letteralmente collassato. Oggi, persino i titoli più ricercati negli anni ’80 — come il 33 giri “Girl Happy” — si trovano a un valore pari a circa un quarto di quello originale.
Anche la discografia inglese ha registrato significativi cali di valore nel corso degli anni. Gli esempi abbondano: l’Extended PlayLove Me Tender” su etichetta HMV, con la sua splendida foto di copertina, si vendeva senza difficoltà a 125 dollari; oggi si trova a meno della metà. Sempre su etichetta HMV, i 78 giri erano molto ricercati negli anni ’80 e superavano tutti i 100 dollari. Attualmente, invece, possono essere reperiti a circa un quinto del loro precedente valore.
Gli unici titoli che sembrano mantenere quotazioni elevate sono i primi due album, ancora su etichetta HMV, che continuano a raggiungere ottime valutazioni quando si presentano in condizioni eccellenti, soprattutto per quanto riguarda le copertine. La HMV inglese, infatti, utilizzò un cartoncino molto sottile per quei LP, e solo pochi esemplari sono sopravvissuti indenni ai segni del tempo.

I dischi pirata di Elvis, meglio conosciuti come bootlegs,incominciarono ad apparire sul mercato nel 1970 con “Please Release Me”; ma e` dopo la morte di Elvis che invadono il mercato, offrendo version alternative e concerti inediti. Nei primi anni 80 (al massimo del loro boom) I bootlegs costavano piu o meno 3 volte il prezzo di un album ufficiale. Oggi, purtroppo, queste vecchie gemme sono disponibili a prezzi stracciati nonostante il fascino storico di questi pezzi. L`avvento nel 1999 della FTD, ha praticamente distrutto il mercato non ufficiale e quello che rimane, sono compilations in vinile colorato, o giochetti al computer definiti “Mono to Stereo”. Ad esempio, classici titoli della etichettta Golden Archives come “Got a Lot o` Livin to do”, “From The Waist Up“, “The Rockin` Rebel“, “The Legend Lives On” ed altri, oggi sono reperibili ad una frazione del loro prezzo originale.

Un fenomeno capace di influenzare — anche se solo temporaneamente — il valore dei vinili è la pubblicazione di una discografia particolarmente attesa o ben realizzata. In quei momenti il mercato sembra risvegliarsi: l’interesse cresce all’improvviso, la caccia ai titoli si intensifica e, di conseguenza, i prezzi iniziano a salire. Ma è un entusiasmo effimero, destinato a spegnersi rapidamente, perché prima o poi il mercato trova di nuovo il suo equilibrio e i valori tornano, più o meno, ai livelli precedenti.
Qualche anno fa, ad esempio, uscì una discografia dedicata ai bootlegs. Ricordo bene un collezionista che, sull’onda di quella pubblicazione, iniziò ad acquistare in modo quasi compulsivo ogni versione e ogni stampa disponibile. Mostrava i suoi acquisti con grande orgoglio sui social, come se stesse costruendo una collezione definitiva, irripetibile.
Col tempo, però, la situazione cambiò. Quel medesimo collezionista si trovò improvvisamente nella necessità di fare cassa per affrontare alcune spese mediche. Fu allora che arrivò la doccia fredda: il mercato, che solo pochi anni prima sembrava vivo e ricettivo, si rivelò sorprendentemente ristretto. Nel tentativo di vendere i suoi preziosi boots, scoprì con amarezza di non riuscire nemmeno a rientrare delle somme investite. Un’esperienza che dimostra, ancora una volta, quanto il valore collezionistico sia spesso legato più al momento che alla reale solidità del mercato.

Tra le categorie più affascinanti e ricercate del collezionismo rientrano senza dubbio i Promo, i Test Pressings e gli acetati. Termini che spesso vengono usati in modo improprio, ma che per il collezionista fanno tutta la differenza del mondo.
I Promo (almeno nel caso di Elvis) non erano affatto oggetti misteriosi o introvabili: venivano stampati in centinaia di copie — a volte anche di più — e spediti alle radio e ai DJ per favorire la diffusione dei nuovi singoli. Proprio per questo, sebbene esercitino sempre un certo fascino, non vanno automaticamente considerati rari.
I Test Pressings, invece, raccontano un momento molto più intimo del processo produttivo. Erano le prime copie destinate a verificare la qualità sonora prima della tiratura definitiva. In genere ne venivano realizzate tra le cinque e le venti per ogni stampa, a fini di controllo qualità. Se si tiene conto del numero di stabilimenti RCA e delle numerose ristampe, si capisce come alcuni test pressing siano meno esclusivi di quanto si creda, anche se restano estremamente suggestivi da avere tra le mani.
Gli acetati occupano però un capitolo a parte, quello più romantico e, per molti, il più emozionante. Venivano incisi direttamente in studio come riferimento del master appena completato, spesso su un solo lato del disco. Questi acetati finivano nelle mani dell’artista, del produttore, dell’arrangiatore o di pochissimi addetti ai lavori. Non erano pensati per il mercato, né tantomeno per il collezionismo futuro: proprio per questo oggi sono tra i pezzi più desiderabili.
Anche qui, però, il tempo e il periodo fanno la differenza. Gli acetati delle sessioni degli anni Cinquanta sono considerati il Santo Graal: oggetti che sembrano trattenere ancora l’atmosfera di quelle prime, irripetibili sedute di registrazione. Ben diverso il discorso per gli acetati di Nashville del 1970–71. In quel periodo Felton Jarvis ne fece incidere un numero sorprendentemente elevato, distribuendoli a gran parte della band. Il risultato è che, pur conservando il loro fascino, sono oggi quelli che si incontrano più spesso sul mercato — e inevitabilmente anche a cifre più accessibili.

Arrivati a questo punto, forse la lezione più onesta da trarre è anche la più semplice, e per questo spesso la più difficile da accettare: il collezionismo non è mai stato, e non dovrebbe mai diventare, una forma di speculazione finanziaria. I dischi di Elvis — come la maggior parte degli oggetti legati alla sua storia — non sono titoli azionari in attesa di un rialzo futuro, né polizze sulla nostalgia da riscattare un domani.
Oggi, piaccia o no, i prezzi dei vinili di Elvis sono in gran parte in discesa. Alcuni pezzi tengono, altri resistono per qualità o rarità, ma il quadro generale è chiaro: l’età dell’oro del mercato è alle spalle, e continuare a collezionare aspettandosi rivalutazioni automatiche significa esporsi, quasi inevitabilmente, a delusioni.
Chi cerca rendimenti, sicurezza o stabilità farebbe bene a guardare altrove: esistono investimenti molto più solidi, regolati e prevedibili del mercato collezionistico. Ma chi colleziona per passione — per il piacere di tenere tra le mani una prima stampa, per l’emozione di far scendere la puntina su un solco inciso sessant’anni fa, per il semplice amore verso un artista che ha segnato una vita — non perde mai davvero.
Collezionare Elvis dovrebbe essere questo: un atto d’amore, non una scommessa. Se si compra un disco per il piacere di possederlo, di ascoltarlo, di custodirlo come testimonianza di un percorso personale, il suo valore economico diventa quasi secondario. E quando, un giorno, quel valore dovesse rivelarsi più basso di quanto si sperava, non ci sarà amarezza — perché ciò che contava davvero era già stato goduto.
In fondo, il miglior antidoto contro ogni delusione è proprio questo: collezionare per il cuore, non per il portafoglio. Tutto il resto è solo rumore di fondo.

GIUSEPPE CASTIGLIA