Fans Club Riconosciuto ufficialmente dalla ELVIS PRESLEY ENTERPRISES

DISCOGRAFIA ALBUM USA

PARADISE, HAWAIIAN STYLE

Data di pubblicazione
giugno 1966

N° Catalogo
LPM 3643 MONO/LSP 3643 STEREO
VALUTAZIONE

Dettagli:

 

Questa colonna sonora include le nove canzoni del film più la bonus "Sand castles", tagliata da esso.
Tranne quest'ultima (incisa direttamente il 3 agosto 1965), le restanti canzoni vennero incise in due volte: la parte musicale il 26 e 27 luglio e la parte vocale il 3 e 4 agosto 1965 (Radio Recorders Studios di Hollywood).
Il 33 giri raggiunse il 15°posto nella classifica americana dove stazionò per 19 settimane.

Mono
:
paradise_hawaiian_style_mono_frontparadise_hawaiian_style_mono_backparadise_hawaiian_style_mono_discStereo:
paradise_hawaiian_style_stereo_front

Nel 1977 gli venne assegnato il numero AFL1-3643 per essere poi cancellato dai cataloghi.

PUBBLICAZIONI IN CD

Per quanto riguarda il CD, le canzoni di "Paradise, Hawaiian style" furono pubblicate nel 1994 nel corrispondente CD della serie "double features" assieme alle canzoni di "Frankie and Johnny" (BMG 07863 66360 2).

Nel luglio 2004 la Follow That Dream Records pubblica un CD in una bellissima edizione cartonata a 7" con un libretto di 16 pagine allegato. Nel dischetto sono incluse numerose versioni alternative.

EMISSIONI TRACK LIST

LATO A:
Paradise, Hawaiian Style
Queenie Wahine's Papaya
Scratch My Back (Then I'll Scratch Yours)
Drums Of The Islands
Datin'

 

LATO B:
A Dog's Life
House Of Sand
Stop Where You Are
This Is My Heaven
Sand Castles

RECENSIONI

Di Roberto Paglia

 

Siamo nel 1965 quando Hal Wallis gioca per la terza volta la carta hawaiiana, dopo aver prodotto alcuni dei più grandi exploits di Elvis sul grande schermo. Questa decisione è alimentata dalla volontà di rinverdire i fasti di un'avventura, quella nel mondo del cinema, che aveva perso lo slancio iniziale, vittima dei suoi stessi stereotipi e della fondamentale carenza qualitativa.
"Blue Hawaii" (1961) si era rivelato un investimento straordinariamente redditizio per Wallis, mentre il long playing tratto da quel progetto, gratificato da un enorme riscontro in termini di vendite, era riuscito nell'impresa di trasmettere la stessa piacevole atmosfera della pellicola. Simili risultati confermavano che con un minimo sforzo di immaginazione e capacità organizzative era possibile realizzare dei prodotti di discreto livello, pur muovendosi in ambiti disimpegnati ed esclusivamente commerciali.
Tuttavia, con il passare del tempo e salvo pochissime eccezioni, lo standard iniziale era andato progressivamente abbassandosi. I film girati da Elvis e la musica per essi registrata si erano velocemente trasformati in opere minori, tirate via nella speranza che bastasse il grande appeal del protagonista per farle emergere.

Visti i presupposti e le intenzioni dell'uomo che più di ogni altro aveva frustrato le ambizioni artistiche del cantante, di fatto indirizzandole in un vicolo cieco, la nuova gita nelle isole viene affrontata in modo sorprendentemente approssimativo.
Guardando "Paradise, Hawaiian Style" si è infatti testimoni di una deriva cinematografica che non ci si sarebbe aspettati dalla Paramount.
Praticamente privo di trama, il film si limita a mostrare una serie di bellissime immagini, che in assenza di un vero e proprio soggetto e di un'adeguata sceneggiatura finiscono con il risultare fini a se stesse. La colonna sonora conserva la stessa natura documentaristica e sull'album le canzoni sfilano una dopo l'altra, senza particolari sussulti, lasciando una strana sensazione di abbandono e distacco emotivo.

Pare che Elvis abbia una gran fretta di liquidare "Queenie Wahine's Papaya", così da dimenticarsene per sempre, agevolato dal velocissimo finale della canzone.
"Datin'", "A Dog's life" e "House Of Sand" sono episodi trascurabilissimi, pezzi impalpabili ed infinitamente distanti dal valore dell'artista che si costringe ad interpretarli.
Anche "Scratch My Back" e "Stop Where You Are", nonostante l'arrangiamento appena più consistente e sfizioso, finiscono inesorabilmente nell'anonimato dopo i primi ascolti.
"Paradise, Hawaiian Style", la title track, manca dell'indispensabile entusiasmo e da l'impressione di essere null'altro che una forzatura poco ispirata, anche se sette anni più tardi sarebbe riemersa dalle nebbie del passato per introdurre un progetto di ben altro spessore.
"Drums Of The Islands" è fresca e perfettamente in tema. Nulla di eccezionale, occorre sottolinearlo, ma infonde alla soundtrack quel  minimo di vitalità del quale c'era urgente bisogno.
Grazie ad una buona linea melodica e alla sua natura sognante, "This Is My Heaven" offre invece lo spunto per chiudere gli occhi e crogiolarsi al pensiero di una sperduta spiaggia baciata dal sole.
"Sand Castles", che evolve da scarto del film a bonus song dell'album, trasuda sincerità espressiva e coinvolgimento e si aggiudica la palma di miglior brano del lotto, lasciando un dolce ricordo di questa deludente esperienza sonora. Non è poco.

Con i suoi incassi al botteghino nettamente al di sotto delle aspettative, che fanno il paio con il poco  incoraggiante 15° posto raggiunto dal disco in classifica, "Paradise, Hawaiian Style" sancisce la fine dell'epoca Paramount, anche se ci sarebbe stata una coda l'anno successivo.
Per quanto riguarda il grande sogno hollywoodiano dell'ormai disilluso Elvis, sarebbe definitivamente svanito verso alla fine del decennio.